Questo articolo riprende e rielabora i concetti del memo “The Calculus of Value” (agosto 2025), scritto da Howard Marks, co-fondatore di Oaktree Capital Management.
Perché parlare di valore oggi
Il 2025 è iniziato con mercati azionari ai massimi, valutazioni elevate e investitori galvanizzati da nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale. Eppure, dietro l’entusiasmo, si nasconde un tema che ogni investitore dovrebbe affrontare: qual è la differenza tra prezzo e valore?
Howard Marks, noto per la sua capacità di interpretare i mercati con lucidità, ci ricorda che il punto non è prevedere il prossimo rialzo o ribasso, ma capire cosa davvero stiamo comprando quando investiamo.
Valore: ciò che un asset realmente è
Secondo Marks, il valore intrinseco di un asset dipende dai suoi fondamentali:
1. la capacità di generare utili oggi e domani,
2. la solidità del bilancio,
3. il vantaggio competitivo,
4. la qualità del management,
5. gli asset materiali e immateriali (come brevetti, brand o know-how).
Facciamo un esempio pratico: un’azienda che produce energia da fonti rinnovabili possiede centrali, impianti, tecnologie e know-how tecnico. Questi elementi, combinati, generano utili e rappresentano il suo valore reale.
Diverso è il caso di un oggetto da collezione, come un quadro o una moneta rara. Qui non c’è una “capacità di produrre reddito”: il valore dipende esclusivamente da quanto un futuro acquirente sarà disposto a pagarlo. Marks sottolinea che questi asset, privi di “earning power”, sono molto più difficili da valutare con criteri oggettivi.
Prezzo: ciò che il mercato è disposto a pagare
Il prezzo è invece il numero che vediamo sul mercato: concreto, immediato, ma non sempre allineato al valore.
Marks ricorda la famosa metafora di Benjamin Graham: nel breve termine il mercato è una macchina da voto, nel lungo termine è una bilancia.
In altre parole, nel breve periodo il prezzo riflette soprattutto umori e mode. Se prevalgono gli ottimisti, i prezzi salgono oltre il valore; se dominano i pessimisti, scendono sotto. Solo nel lungo periodo i mercati tendono a pesare correttamente i fondamentali.
Un esempio attuale? Le cosiddette meme stocks: titoli comprati in massa da piccoli investitori spinti da entusiasmo online. I prezzi salgono vertiginosamente anche se i fondamentali dell’azienda restano deboli. Qui il prezzo racconta una storia molto diversa dal valore.
Psicologia e mercati: la vera variabile nascosta
Marks mette in guardia da un fatto spesso sottovalutato: i prezzi si muovono più per la psicologia degli investitori che per i cambiamenti nei fondamentali.
Quando prevale la paura di restare indietro (FOMO), gli investitori tendono a giustificare qualunque valutazione, anche molto elevata. Viceversa, nei momenti di panico, si vendono asset solidi a prezzi stracciati.
La storia è ricca di esempi:
La bolla delle dot-com a fine anni ’90, con società prive di utili ma quotate a multipli astronomici. Il crollo del 2008, quando persino banche solide furono trascinate giù dal panico generalizzato.
Il contesto del 2025: mercati tirati e fondamentali incerti
Marks dedica ampio spazio alla fotografia attuale dei mercati:
L’indice S&P 500 è valutato a multipli superiori alla media storica. Indicatori come il rapporto capitalizzazione/PIL o l’“equity euphoria indicator” segnalano livelli tipici di euforia.
I dazi commerciali e l’inflazione creano incertezza, ma i prezzi delle azioni restano elevati.
La concentrazione è altissima: i cosiddetti “Magnificent Seven” (Apple, Microsoft, Google, Amazon, Meta, Nvidia, Tesla) da soli rappresentano un terzo dell’intero valore dell’indice.
In sintesi, scrive Marks, i fondamentali oggi sono “meno buoni di sette mesi fa”, ma i prezzi sono ancora più alti. Una combinazione che definisce da “elevata a preoccupante”.
Cosa fare? Dall’euforia alla prudenza
Di fronte a mercati così carichi di ottimismo, Marks suggerisce una maggiore prudenza. Non propone mosse drastiche, ma introduce un concetto utile: gli INVESTCON (utilizzando come modello un’indicatore di allerta del Pentagono) una sorta di scala di allerta per gli investimenti, che va dal livello 6 (“smettere di comprare”) fino al livello 1 (“andare short”).
Attualmente, Marks ritiene appropriato posizionarsi a livello 5: ridurre le posizioni più aggressive e aumentare quelle difensive.
Un esempio? Alleggerire l’esposizione su azioni con valutazioni storicamente elevate e incrementare la quota di obbligazioni di qualità, che pur con rendimenti modesti offrono stabilità e contratti di pagamento certi.
La lezione finale
Il cuore del messaggio di Marks è semplice:
Valore è ciò che ottieni, prezzo è ciò che paghi. Un buon investimento nasce quando il prezzo pagato è adeguato al valore intrinseco. Nel breve periodo a guidare i mercati è la psicologia, ma nel lungo i fondamentali tendono a emergere.
Per gli investitori, la sfida è non farsi trascinare dall’euforia collettiva, ma mantenere la disciplina. In un contesto come quello attuale, segnato da valutazioni elevate e ottimismo diffuso, la prudenza non è segno di debolezza, ma di consapevolezza.
👉 In conclusione: il 2025 potrebbe essere ricordato come l’anno in cui il mercato ha saputo distinguere tra realtà e illusione. Sta a ciascun investitore decidere se seguire la folla o restare fedele alla bussola del valore.

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